

Vivere come un fantasma
Alieu, 30 anni, originario del Gambia, in Italia da 5 anni. Gli ultimi 8 mesi senza lavoro, vive grazie alle mense dei poveri e ai rifugi per senzatetto. Ha visto morire i suoi amici nel passaggio in Libia, in Italia si è fermato dopo un periodo in Germania. Chiede l’elemosina solo per rinnovare i documenti scaduti.
Alieu cammina per le strade di una città che lo guarda senza vederlo. Ha trent’anni, il portamento fiero di chi ha sfidato l’abisso e una copia sgualcita di Simenon infilata nella giacca, recuperata da un bidone della carta. Quel libro è il suo ultimo legame con un mondo di parole a cui sperava di appartenere: in Gambia Alieu sognava di fare il giornalista sportivo; oggi racconta, in un paese straniero, la propria sopravvivenza.
In Italia da cinque anni, non riesce a dimenticare gli incubi del deserto e il puzzo delle prigioni libiche, dove ha visto gli amici morire senza motivo. Poi il mare, una notte infinita su un barcone, con il respiro sospeso tra le onde. Dopo mesi difficili aveva trovato dignità tra i fornelli di una trattoria e poi come tuttofare in un albergo. Ma da otto mesi il lavoro non c’è più, e nel frattempo i suoi documenti sono scaduti.
Oggi Alieu è un fantasma, con i piedi piagati. Non prende più i mezzi pubblici perché il suo permesso di soggiorno è scaduto e non ha i soldi per le marche da bollo necessarie al rinnovo; teme i controlli, non può permettersi di essere espulso. La sua vita è scandita dai ritmi della marginalità: la mensa dei poveri per un pasto caldo, i dormitori per una notte al riparo, e un commerciante bengalese che gli tiene in custodia la coperta durante il giorno.
Alieu parla correntemente inglese, tedesco e italiano, ma quando prova a rivolgere la parola ai passanti per chiedere aiuto, riceve solo indifferenza o ritrosia. Ma piuttosto che far del male, si lascerebbe morire. L’unica luce è una chiesa, dove un avvocato sta provando a rimettere in piedi le sue pratiche. Ma i costi della burocrazia gravano su di lui: deve raccogliere ogni centesimo mendicando, un’umiliazione che accetta per non dichiararsi sconfitto. Tornare in Gambia non è un’opzione; sarebbe il sigillo su un fallimento che agli occhi della famiglia non può permettersi. Resta qui, sospeso tra tre lingue e un futuro in cui per lui non sembra esserci spazio.
La storia di Alieu è la perfetta incarnazione del manifesto Nowhere Now Here. Quello spazio tra le lettere rappresenta esattamente il crinale su cui Alieu cammina ogni giorno: la lotta tra il sentirsi “da nessuna parte” (un fantasma burocratico senza documenti) e il desiderio di essere riconosciuto “ora qui”.
Alieu, per la strada, è invisibile; la gente non gli rivolge la parola, riducendolo a un’ombra statistica. È sorpreso dall’incontro con noi e dall’essere guardato negli occhi: essere evitato lo fa soffrire più della fame.
Alieu è una miniera vivente: parla inglese, tedesco e italiano. È un ponte tra mondi. Il libro di Simenon che tiene con sé è “l’enigma” e il “segreto dell’immagine” citato nel manifesto: un uomo che mendica ma che abita mondi letterari complessi. Questa discrepanza obbliga noi osservatori ad “abbandonare le radicate convinzioni” (l’idea che chi chiede l’elemosina sia privo di strumenti intellettuali) per vedere il suo mondo con occhi nuovi.
Alieu vive in uno spazio di sospensione. Il nesso tra lui e la città è interrotto: non può usare i mezzi pubblici, non ha un “territorio” se non una coperta custodita da un amico. La sua presenza “ora qui” interroga la nostra idea di cittadinanza.
Alieu non vuole tornare indietro perché sarebbe una “sconfitta” del suo valore. La sua volontà di regolarizzare le pratiche con l’avvocato è il suo tentativo di passare definitivamente dal Nowhere al Now Here. Alieu non cerca solo cibo e una sistemazione, cerca anzitutto il riconoscimento di sé.