

Leggero come una piuma
Moussa, 27 anni, senegalese, in Italia da sei mesi. Si lascia alle spalle un passato di povertà, non vuole più avere legami con la sua famiglia. Vive e lavora in un allevamento di galline, tanto gli basta per togliersi la fame. Il suo unico pensiero è la burocrazia.
Moussa ha ventisette anni, ma quando si guarda allo specchio appannato del prefabbricato in cui vive, se ne vede il doppio. È in Italia da sei mesi, un tempo che gli pare al contempo un soffio e un’eternità.
Lavora in un grande allevamento di galline dell’hinterland torinese. La sua giornata inizia quando il cielo è color ardesia; il suo mondo è un coro infinito di pigolii e un odore pungente di ammoniaca. Non è il lavoro che sognava, ma gli dà ciò che desiderava: distanza.
Moussa non chiama casa. Il suo vecchio cellulare ha lo schermo scheggiato e una SIM italiana che usa solo per i dati. Per lui, tornare indietro non è un’opzione: il passato è una porta chiusa a chiave, di cui ha buttato il mazzo nel Mediterraneo. Molti suoi connazionali vivono per il giorno in cui potranno tornare “da vincitori”; Moussa vive per sparire, con la sua famiglia ha chiuso.
Il suo francese è incerto e frammentato, residuo di pochi anni di scuola rurale. Quando il capo gli dà istruzioni, Moussa annuisce, ma in realtà si affida all’istinto.
Ma è la burocrazia il suo vero nemico, un mostro fatto di uffici grigi e corridoi troppo lunghi. Ogni volta che prende il bus per andare a qualche convocazione, Moussa sente un nodo allo stomaco. Si presenta allo sportello con una cartellina trasparente dove custodisce ogni foglio che possiede, ma non è mai abbastanza. “Manca la marca da bollo.” “Questo non è l’originale.” L’impiegato di turno parla veloce, usa termini tecnici, e Moussa resta lì, in silenzio, cercando di capire dal tono della voce cosa abbia sbagliato stavolta.
La sera, mentre guarda le luci di Torino in lontananza, pensa che finché c’è un modulo da compilare, c’è ancora un posto dove restare. Non cerca la felicità, gli basta l’assenza della fame. Senza il pensiero dei documenti, si sentirebbe già leggero come una piuma.
In Senegal Moussa era in un vicolo cieco che lo aveva fatto precipitare in un “non-luogo” interiore. Ora, tra le gabbie dell’allevamento e gli uffici della Questura, cerca di rivendicare il suo “Now Here”. La sua determinazione nel non tornare indietro è il tentativo di inserire quello spazio mancante del “Nowhere” per diventare presenza reale.
Negli uffici pubblici di Torino, Moussa è un “pezzo mancante”, una pratica incompleta. Il suo dolore privato non è mappato. Non c’è percezione della sua storia.
Moussa vive in un mondo di confini: il confine tra l’allevamento e la città, il confine del linguaggio, il confine del bancone di un ufficio.
Ma quel confine è destinato a dissolversi. Il freddo della nebbia che morde lui è lo stesso che punge anche il suo responsabile. È uno dei momenti in cui la distinzione tra “noi” e “loro” sfuma.
Il “valore” di Moussa non sta nella produzione di reddito o nella corretta compilazione di un modulo, ma nel coraggio di esistere in un luogo che non lo riconosce ancora. Il suo valore è la resilienza silenziosa. Lui è la “frangia vibrante” di una Torino che sta cambiando.