

L’orizzonte ritrovato
Naima, 50 anni, marocchina, in Italia da 17. Dopo un passaggio in Spagna da lavoratrice stagionale, varca il confine grazie ai documenti in regola di una sorella che le assomiglia. Due anni di lavoro in nero prima di riuscire a riprendere il suo bambino, che oggi è all’università .
Il sole della Spagna bruciava più feroce di quello del Marocco: sapeva di fatica e di fragole che non avrebbe potuto mangiare. Naima aveva poco più di 30 anni quando lasciò tutto, spinta dal tradimento di un marito scoperto mentre ancora portava in grembo il suo unico figlio. Quel bambino, che a 5 anni era il suo intero orizzonte, lo aveva lasciato a casa ad aspettare un futuro migliore.
La vita nei campi spagnoli era una prigione a cielo aperto; i padroni sorvegliavano i braccianti come merce, sapendo che molti avrebbero tentato la fuga. Come era nei progetti di Naima, che poteva contare sull’appoggio delle sorelle. Due di loro erano già a Torino e avevano ordito un piano audace grazie alla straordinaria somiglianza fisica con una delle due: una sorella sarebbe andata a prenderla portandosi dietro i documenti dell’altra. Sfidando la sorveglianza, Naima riuscì a dileguarsi tra i filari e a raggiungere l’auto che l’attendeva. Attraversò due confini con un passaporto che non era il suo.
I primi due anni furono un limbo doloroso. Senza documenti definitivi, Naima non poteva riabbracciare suo figlio. Al telefono, le parole di sua madre tagliavano come lame: «Lo hai abbandonato». Ma Naima non mollava; lavorava sodo, puliva, assisteva. Quando finalmente riuscì a portarlo a Torino dopo un viaggio rocambolesco, la strada era ancora in salita. Lavorava di notte e dovette confessare alle assistenti sociali di lasciare il bambino dormire da solo. Trovò comprensione anziché giudizio: quelle donne la sostennero.
Oggi, 17 anni dopo, Naima indossa una divisa da OSS. La cura degli altri coincide con quella del suo destino. Suo figlio, quel bambino che sognava tra le fragole della Spagna, sta per laurearsi.
Nella prima parte della sua storia, Naima vive nel “Nowhere” (da nessuna parte). Nei campi di fragole in Spagna, lei non è una persona, ma una funzione: una bracciante stagionale sotto il controllo dei “padroni”. In quel momento, Naima è invisibile, priva di diritti, confinata in una geografia del controllo dove la sua identità è annullata. Il passaggio in Italia, mediato dalle sorelle, rappresenta quel “semplice spazio” che cambia il senso: Naima smette di essere un’ombra tra i filari per diventare “Now Here” (ora qui). Nel “qui” la sua presenza inizia a radicarsi, passando dall’essere una fuggiasca a diventare una cittadina che abita il territorio.
Nella storia di Naima, il suo volto non è solo un tratto estetico, ma lo strumento della sua liberazione. La somiglianza quasi magica con una sorella funge da passaporto.
Naima porta con sé il bagaglio di una “geografia dimenticata” (il Maghreb) e il dolore di un tradimento e di una separazione, dei due anni lontana dal figlio, del giudizio materno che l’accusava di aver abbandonato il figlio. Manifestazioni di una cultura che Naima vuole lasciarsi alle spalle, per essere “ora qui”. Incarna una nuova idea di cittadinanza quando si confronta con le assistenti sociali. In quel momento, il “mondo degli altri” accetta di vedere Naima con occhi nuovi. Le assistenti sociali non applicano la legge in modo freddo (togliendole il figlio perché dorme solo), ma riconoscono il suo diritto di esprimere valori e le possibilità di un modo possibile di vivere, anche se diverso da quello che la nostra società approva. Vedono la madre che lavora di notte come un esempio di dignità , non di negligenza. Questo è il momento in cui Naima cessa di essere “l’altro” per diventare parte del luogo in cui vive, e sua ispirazione.
Il figlio che si laurea è la testimonianza più tangibile del suo essere “ora qui”.